Mercoledi, 13 dicembre 2017 ore 02:22
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Dal 1975 nelle città occupate ogni manifestazione di simpatia o di identità sahrawi, con bandiere, slogan, scritti, o il semplice ascolto della radio del Polisario, viene punita dal Marocco con l’arresto arbitrario (senza mandato di cattura), la tortura, lo stupro, la detenzione in segreto. I prigionieri non sono processati e la sorte loro riservata è molto spesso la scomparsa, altri muoiono o rimangono per sempre segnati dalle torture e dalle cattive condizione di detenzione. L’ondata più importante di scomparse oltre che negli anni 1975-76 è dell’autunno 1987, in coincidenza con la visita di una missione tecnica dell’Onu. Per i sahrawi non c’è possibilità di chiedere protezione ad alcuna autorità marocchina, anzi una richiesta, una protesta sono spesso sanzionate con nuovi soprusi. La realtà della repressione sarà conosciuta dall’opinione pubblica internazionale solo molto più tardi grazie al coraggio di alcune denunce.

I sahrawi che vivono in Marocco subiscono una sorte analoga a quelli rimasti nella patria occupata e ai marocchini stessi, con cui si trovano spesso insieme nelle carceri segrete, subendo la medesima sorte, anche se le atrocità più abiette sono riservate proprio ai sahrawi. Tristemente famosi rimangono per entrambi i popoli le carceri segrete di Kaalat Mguna, Derb Moulay Ali Cherif a Casablanca, Tazmamart, e per i sahrawi anche i centri di detenzione di Al Aiun occupata.

Solo nel 1991, a seguito di lunghe campagne di denuncia e mobilitazione, dopo la firma di un accordo di pace tra Marocco e Polisario (1988), e dopo che alcuni centri segreti di detenzione erano stati individuati, il re Hassan II è costretto ad ammettere la presenza di prigionieri politici e a far liberare dalle carceri segrete una parte dei sequestrati e degli scomparsi sahrawi (oltre 330) e marocchini, ma per molti di loro non si conoscerà mai più la sorte. I sopravvissuti, con molte difficoltà e al prezzo di nuove rappresaglie testimoniano del loro calvario. Il bilancio della scomparsa è pesantissimo: oltre 3.500 persone, tra queste ancora oggi non si conoscono i destini di oltre 500 persone, cui si aggiungono oltre 150 prigionieri di guerra sahrawi.

Le campagne internazionali obbligano le autorità di occupazione a iniziare alcuni processi. La repressione non cessa in ogni caso: arresti arbitrari, lunghe detenzioni senza comunicazione all’autorità giudiziaria e all’esterno, torture, condizioni umiliati di detenzione. Quando gli arrestati arrivano davanti ad un giudice manca la possibilità di una difesa, di garanzie legali, le denunce di torture e maltrattamenti vengono sistematicamente ignorate, benché evidenti. Se e quando i processi giungono al loro termine le condanne sono pesantissime, con lunghi anni di carcere.

Nel settembre 1999 la protesta prende una nuova dimensione, pubblica e per il rispetto dei diritti della popolazione sahrawi. La repressione si abbatte con inaudita violenza, smentendo ogni apertura che alcuni osservatori avevano predetto con la successione al trono di Mohammed VI alla morte del padre (luglio 1999). Ancora più dura è la repressione della seconda ondata di protesta, iniziata nel maggio 2005 e non ancora interrotta. Particolarmente colpiti sono i difensori dei diritti umani: bastonature, arresti, sevizie e torture, detenzioni in segreto per un lungo periodo. Le autorità cercano in tal modo di spezzare i legami con le organizzazioni che operano all’estero e che diffondono le informazioni. Da questo momento vengono organizzati collegi di difesa con osservatori stranieri, cui le autorità marocchine frappongono ogni tipo di ostacolo: espulsione dal territorio, cambiamento repentino delle date dei processi, impossibilità di accedere ai documenti. I difensori sahrawi si organizzano allora in molteplici associazioni nelle città occupate. Una svolta repressiva si ha nel novembre 2010 con lo sgombero manu militari dell’Accampamento della dignità di circa 20.000 sahrawi a 12 km da Al Aiun.

Nessuna delle violazioni qui evocate è mai stata sanzionata da una qualunque autorità giudiziaria del Marocco; in nessun caso i caschi blu dell’Onu (Minurso) presenti nel territorio occupato sono intervenuti a porre fine alla repressione.

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